Il mio primo tenant #
Alcune date non sembrano importanti mentre accadono.
Il 18 giugno 2016 ricevevo per la prima volta un’email legata a un tenant Okta.
Sul momento era solo un nuovo ambiente da provare. Dieci anni dopo, quella mail è diventata un piccolo reperto personale: il punto di partenza di un percorso che non avevo previsto, ma che ha cambiato in modo profondo il mio lavoro.
Il mio vero oktaversary da dipendente Okta cade il 9 giugno: pochi giorni fa ho compiuto quattro anni da Oktanaut. Il 18 giugno, però, racconta un anniversario diverso e più lungo. Sono dieci anni dalla prima volta che ho toccato con mano Okta, dieci anni da quando ho iniziato a lavorare su una piattaforma che, da esperimento tecnico, sarebbe diventata una parte enorme della mia identità professionale.
La scommessa di Factor-y #
All’epoca lavoravo come sistemista in Factor-y. Il mio manager, nonché CEO dell’azienda, Daniele, mi propose di provare questo nuovo prodotto interessante.
Lui è una di quelle persone davvero geniali, con una rara capacità di intercettare segnali prima degli altri. Ha anche, come spesso accade alle persone così, una tendenza a buttarsi a capofitto sulle novità del momento. Ogni tanto questo significa spostare energie dalla quotidianità, con progetti che spesso non portano risultati immediati.
Quindi sì, la mia prima reazione fu più o meno: “Ecco un’altra cosa - forse inutile - su cui fare R&D, mentre ho già mille cose da fare”.
Col senno di poi, quella è stata una delle scelte più lungimiranti che abbia fatto per la sua azienda e, indirettamente, anche per me. Fin dai primi test mi resi conto che Okta aveva qualcosa di diverso. Non era solo un altro strumento di SSO. Era un modo diverso di pensare l’Identità: cloud, integrato, rapido da mettere in piedi, orientato alle applicazioni SaaS, ma con una visione molto più ampia.
In Italia eravamo tra i primi a lavorare su Okta e a proporre ai clienti una visione SaaS dell’Identity and Access Management. Dopo averlo implementato internamente, nel 2017 arrivò il primo “vero” progetto. Quella storia per me ha un valore speciale: quel cliente è ancora oggi con Okta e tra qualche mese compirà dieci anni sulla piattaforma. In un mondo tecnologico dove tutto sembra cambiare velocemente, dieci anni di continuità dicono molto.
In quegli anni Okta iniziò progressivamente a occupare sempre più spazio nel mio lavoro. Prima qualche test interno, poi qualche demo, poi i primi progetti, poi sempre più clienti. A un certo punto non era più una parte del mio lavoro: era il mio lavoro.
Cominciai a occuparmi anche di prevendita, di formazione interna, di architettura. E più cresceva la mia esperienza, più cresceva anche la mia passione per questa tecnologia e per tutto quello che rappresentava.
Il salto verso Okta #
Quando, a inizio 2022, vidi apparire l’annuncio di Okta per un Solutions Engineer che parlasse italiano, capii che forse era arrivato il momento di fare il grande salto. Dopo anni da partner e consulente, significava passare al “lato vendor”. Non so ancora se fosse il lato oscuro o il lato chiaro della Forza, ma di certo cambiava completamente la prospettiva.
Su questo devo molto a Vitaliy, il mio manager di allora. Ha creduto in me fin dai primi giorni e mi ha aiutato nella transizione da consulente a presales. Sembra un passaggio naturale, ma non lo è affatto. Cambiano il ritmo, il linguaggio, l’ascolto del cliente, la costruzione della fiducia. Anche l’esperienza tecnica assume un ruolo diverso: non serve solo a implementare una soluzione, ma ad aiutare a immaginarla, spiegarla, posizionarla e renderla concreta.
La Francia, Parigi e le persone #
Nel 2022 Okta non aveva ancora una presenza italiana strutturata come quella che sarebbe arrivata negli anni successivi. Il salto verso il vendor significava quindi anche un cambio di residenza. Per varie ragioni personali, la scelta della Francia e della regione di Parigi fu quasi naturale. A distanza di quattro anni posso dire che non è stata solo una tappa professionale, ma una scelta di vita che mi ha portato a trasferirmi stabilmente qui. (Magari questa parte della storia meriterà un giorno un post dedicato).
Fin dal primo giorno in Okta mi sono sentito a casa. Tra le ultime code del periodo Covid e un trasloco in corso, feci gran parte dell’onboarding da remoto, ma incontrai sin da subito persone speciali.
Come Thévie, che mi accolse il primo giorno con grande calore e mi aiutò a orientarmi, Despina con cui ci supportammo a vicenda durante e dopo l’onboarding, Mustapha che fu il miglior “buddy” di sempre, Ivan che entrò subito di diritto nella “fratellanza mediterranea”.
Poi Ernesto e Piero, con cui ho condiviso tante cenette “romantiche” girando l’Italia quando eravamo solo noi a rappresentare il territorio, Roberta che fu tra le prime a spingermi a candidarmi per lavorare in Okta, Alessio, che da qualche mese condivide con me il supporto presales in Italia, Hermano, il sorriso sempre presente in ufficio. E Pascale, che se esistesse una voce di dizionario per “work bestie”, probabilmente avrebbe il suo nome accanto.
Non me ne voglia chi non ho nominato qui: ci sono ovviamente tante altre persone importanti nel mio percorso, ma per includerle tutte dovrei citare buona parte dell’organico EMEA di Okta.
Ed è proprio questo il punto: in questi anni ho incontrato colleghi che sono diventati più di semplici colleghi.
Persone con cui ho condiviso progetti, sfide, meeting complicati, trasferte, risate, birre e spritz, momenti belli e momenti in cui serviva semplicemente qualcuno con cui sfogarsi.
Non sarei qui senza di loro e non potrei immaginare un percorso professionale senza persone così.
Una piattaforma in movimento #
Mentre cambiavo ruolo, paese e prospettiva, anche la piattaforma attorno a cui lavoravo continuava a trasformarsi.
Nel 2016 Okta era soprattutto SSO, MFA, directory cloud e integrazioni SaaS. Già allora era una proposta molto forte e innovativa, ma negli anni il perimetro si è allargato enormemente. Quello che mi ha sempre colpito, guardando questa evoluzione da vicino, è la continuità del ritmo: non una singola grande trasformazione, ma una sequenza costante di rilasci, miglioramenti e nuove aree di prodotto.
Questa continuità non nasce per caso. Okta mostra infatti una scelta costante: destinare una quota importante dei ricavi alla ricerca e sviluppo. Nel solo FY2026, ha riportato 639 milioni di dollari di investimenti in R&D (pari al 22% dei ricavi)1.
Al di là del numero, è un dato che racconta bene una parte del valore di questa società: l’Identità cambia continuamente, e per restare rilevanti bisogna continuare a investire. Nuovi rischi, nuove applicazioni, nuovi modelli di lavoro, nuove esperienze digitali, nuove identità non umane. Ogni volta il perimetro si sposta un po’ più in là.
In questi dieci anni ho visto Okta passare da una piattaforma centrata sull’accesso a un ecosistema molto più ampio. L’autenticazione si è arricchita con il rischio, il contesto e segnali come Adaptive MFA2, ThreatInsight3 e FastPass4. Il collegamento tra cloud e mondo legacy si è rafforzato con Okta Access Gateway (OAG)5, mentre gli accessi infrastrutturali si sono evoluti da Advanced Server Access (ASA)6 a Okta Privileged Access (OPA)7.
Poi il perimetro si è allargato ancora: Okta Identity Engine (OIE)8 ha cambiato il modo di pensare autenticazione, journey e policy; Okta Workflows9 ha portato l’automazione dei processi identity a un livello completamente nuovo; Okta Identity Governance10 ha aggiunto access request, certification e reporting; Auth011 ha aperto ancora di più la prospettiva sul mondo CIAM e developer-first. Più di recente, Identity Security Posture Management (ISPM)12, Identity Threat Protection (ITP)13 e iniziative come Okta for AI Agents14 mostrano quanto il discorso si stia spostando anche verso controlli proattivi, agenti IA e identità non umane.
Questa evoluzione racconta bene anche come è cambiato il nostro mestiere. L’Identità non è mai stata solo login, ma oggi è ancora più evidente: è sicurezza, esperienza utente, automazione, governance, compliance, fiducia. È il tessuto che permette alle persone, alle applicazioni, ai sistemi e sempre più spesso anche agli agenti software di lavorare insieme in modo sicuro.
Non a caso parliamo di “Identity Fabric”: un tessuto connettivo che si estende in ogni parte dell’organizzazione, che si intreccia con ogni applicazione, che si adatta a ogni contesto, che evolve con ogni nuova sfida.
Cosa resta dopo dieci anni #
Guardando indietro, mi colpiscono soprattutto tre cose.
La prima è che le intuizioni contano. Quella proposta di provare un nuovo prodotto, che all’inizio avevo interpretato come l’ennesima distrazione tecnologica, ha aperto una strada enorme.
La seconda è che i clienti costruiscono fiducia nel tempo. Il primo progetto del 2017, ancora vivo oggi, vale più di tante slide commerciali: dimostra che una buona scelta tecnologica, se accompagnata bene, può durare e continuare a generare valore nel tempo.
La terza è che le persone fanno davvero la differenza. Prodotti, roadmap e architetture sono importanti, ma nessuno costruisce un percorso professionale da solo. Non sarei qui senza le persone che ho incontrato, i colleghi con cui ho lavorato, i manager che hanno creduto in me, i clienti e i partner con cui ho condiviso sfide e successi.
Dieci anni dopo, quella mail mi ricorda che le carriere, come le piattaforme, si costruiscono un progetto, una persona e una scelta alla volta.
Sono orgoglioso e felice di essere parte di Okta, di accompagnare clienti nei loro progetti di identità e di continuare a imparare ogni giorno da colleghi eccezionali.
Il prossimo capitolo porterà nuove sfide, anche legate all’IA. In fondo, mi sembra ancora di essere all’inizio di qualcosa.
Solo con qualche progetto, qualche trasloco, qualche cliente, molti colleghi speciali e parecchi spritz in più.
C’è anche per te un inizio, una scelta o una persona che col tempo ha cambiato il tuo percorso professionale? Se ti va, lascia un commento qui o su LinkedIn: mi farà piacere leggere la tua storia.